10 Giugno 2009

Rapporto Banca Impresa

Buongiorno a tutti, vorrei iniziare il blog parlando del rapporto fra la banca e l’impresa.

La crisi che viviamo da alcuni mesi ha prodotto dei grossi cambiamenti fra gli attori. Da una parte, la banca ha rischiato di fallire (in alcuni casi, come in Usa sono realmente fallite) d’altra parte, adesso sono le imprese a soffrire.

L’impresa però non ha il salvagente del governo, non è “troppo grande per non fallire” quindi la crisi del 2009/10 si sta spostando verso le aziende.

Secondo me, chi si occupa di finanza/amministrazione in azienda, deve adeguare il proprio modus operandi a queste nuove difficoltà.

Come?

  • elaborando dei piani finanziari a breve/medio da distribuire alle banche
  • fornendo una reportistica puntuale alle banche
  • mettere sempre le banche al corrente delle iniziative dell’impresa
  • fornire i dati alle banche nel modo più celere possibile

Insomma, aprire l’azienda alla banca, in termini informativi e soprattutto con cadenza giornaliera.

Cosa ne pensate?

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84 Commenti a “Rapporto Banca Impresa”

  1. Massimo Giannelli scrive:

    Ritengo che quando da te indicato sia ampiamente condivisibile.

    Non va dimenticato che le banche sono aziende private che devono garantire agli azionisti risultati dal punto di vista economico minimizzando il più possibile il rischio.

    Le banche in questo periodo di crisi sono sempre più restie ad erogare prestiti e sono sempre in attesa di informazioni “aziendali” aggiornate per poter valutare al meglio il rischio a cui vanno incontro nel finanziare questa o l’altra azienda.

    Molto importante credo sia un rapporto il più possibile stretto con il proprio gestore il quale può in molti casi anche essere “utilizzato” come vero e proprio consulente per presentare al meglio alla propria direzione le varie richieste di credito.

  2. Gian Luca Serra scrive:

    Caro Francesco,

    anch’io sono pienamente d’accordo: dobbiamo avere un rapporto cristallino con la ns banca e non minare la loro fiducia con false aspettative.

    Mi rendo anche conto pero’ che se se in alcuni casi si trovano dei Gestori che sono pronti a supportare le aziende, dall’altra parte i Credit Managers non riescono ad andare oltre ai meri numeri.

  3. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Caro Francesco,
    condivido pienamente il tuo articolo. Bisogna avere un rapporto trasparente con le banche prestando molta attenzione ai dati che vengono inseriti nei piani finanziari.

  4. André scrive:

    Forse bisogna un rapporto più stretto tra banca è impresa al di la dei calcoli/assesment quantitativi;. A quando il “vecchio” direttore di filiale che intratteneva stretti contatti con gli imprenditori ?

  5. Guido De Angelis scrive:

    sono pienamente d’accordo con te anche se mi aspetto dalle banche e principalmente dai gestori una più fattiva collaborazione con l’imprenditore il quale deve vedere nell’istituto di credito non solo colui che gli fornisce quella liquidità fondamentale per proseguire la sua attività ma anche un consulente “spassionato” che gli possa fornire una vera e propria consulenza a 360°

  6. Ugo Ruffolo scrive:

    Dissento sul punto che le imprese non possono essere troppo grandi per fallire: questo vale solo per le pmi, vedi incentivi alla rottamazione e prepensionamenti in favore di Fiat, seppure assunti con valenza (nominale) sistemica per non essere bollati come aiuto di stato dalla UE.
    Inoltre, tutti i grandi esperti parlano di dare informazioni alla banca, ma nessuno delle informazioni che la banca dovrebbe dare alle imprese: vi risulta, ad esempio, che la banca comunichi il rating interno all’impresa? Se lo provate a chiedere nel 90% dei casi la richiesta viene declinata. E non si osi parlare della probabilità di default. Eppure è su quella che viene fatto il pricing dei prodotti.
    Il TUB prevede che la Banca d’Italia dia disposizioni in merito, cosa che finora si è ben guardata dal fare.
    Se le banche fornissero maggiori informazioni su come valutano le imprese, per quest’ultime sarebbe più semplice strutturare la comunicazione verso le banche, anche perché potrebbero verificare sul conto economico(miglioramento delle condizioni) l’effetto prodotto da una informazione più mirata ai sistemi di valutazione delle banche.

  7. Francesco Merone scrive:

    Ciao Ugo,
    ti ringrazio per aver inserito un commento “non in linea” così il discorso si arricchisce, poi ognuno ragionerà con la propria testa.
    Il detto “too big to fail” è proprio coniato dagli USA per giustificare il salvataggio delle grandi banche, imprese e assicurazioni, lasciando in balia del mercato concorrenziale, le PMI. Quindi su questo punto siamo in linea io e te, anzi è proprio questo assioma che sta danneggiando le aziende “normali” e “PMI”. Cioè le aziende che stanno sul mercato senza aiuti con le proprie forze. Il fatto che gli aiuti pubblici favoriscano alcune aziende (banche) a danno di altre, oggi non è molto sentito perchè bisogna superare la fase critica.
    Non sono d’accordo con te sull’analisi del rischio bancario. Il rating purtroppo si paga, anzi, le società più importanti al mondo, fanno pagare il rating molto caro e poi si scopre che hanno toppato. Le banche italiane hanno un sistema autonomo di valutazione e non sono tenute a dirlo, in realtà lo evidenziano con lo spread (sigh) sulle operazioni. Non sono obbligate e quindi non lo dicono ai clienti. Consigliavo una maggiore informazione possibile da parte dell’azienda alla banca perchè è l’azienda che chiede soldi e quindi deve convincere la banca. Come la banca, quando (in un mercato normale e non drogato da soldi pubblici….) chiede soldi alla clientela, tramite le emissioni di azioni e obbligazioni, pubblicherà bilanci, piani industriali, ecc…

  8. Luca Mancini scrive:

    Salve a tutti.
    A mio avviso l’errore più grande del sistema bancario italiano è stato quello di voler applicare in modo rigido ed indiscriminato quanto previsto da “BASILEA 2″ a tutte le aziende clienti, indipendentemente dalla dimensione.
    Purtroppo le piccole imprese talvolta a conduzione familiare, molte società dove i soci prestano la propria attività lavorativa, che di fatto rappresentano la vera forza del nostro sistema economico, non hanno la struttura e l’organizzazione necessaria per fornire agli istituti di credito la reportistica richiesta.
    Si tratta di aziende dove è molto forte il conflitto tra le esigenze aziendali (es. patrimonializzazione, evidenziazione degli utili effettivamente conseguiti,..)ed interessi personali dell’imprenditore (primo fa tutti il risparmio fiscale).
    Queste realtà, talvolta non dotate di strutture amministrative interne, hanno più difficoltà a seguire e controllare gli indicatori che le banche utilizzano per la determinazione del rating (% insoluti, giorni di sconfinamento, % di utilizzo dei fidi, % di ricevute respinte ecc. ecc.)e finiscono quindi per esserne maggiormente penalizzate (aumento degli spread e maggior difficoltà di reperire credito).
    Condivido pienamente il pensiero di Andrè circa il “vecchio” direttore di banca anche se temo che le nuove leve siano poco inclini all’assunzione del rischio, perchè molto spesso impreparati ed incapaci di valutarlo, preferendo perciò giustificare i propri rifiuti con problemi di rating e segnalazioni anomale in centrale rischi.

    PS Ma delle nuovi voci tariffarie introdotte dalle banche al posto della C.M.S. vogliamo dire niente? E gli osservatori per il credito presso le Prefetture che fanno dormono?

  9. Ugo Ruffolo scrive:

    @Francesco Merone. In Italia il too big to fail nel settore bancario non si è visto, ed i Tremonti bond sono ben poca cosa, pertanto l’affermazione che lo stato ha aiutato le banche lasciando le pmi “in balia del mercato concorrenziale” mi lascia molto freddo, dato che per definizione le pmi si muovono nel mercato concorrenziale e, anzi, proprio perché lo stato non ha aiutato nessuno, non vi è stata distorsione anticoncorrenziale. Per quanto riguarda gli aiuti alle imprese, darei un’occhiata alle controgaranzie statali offerte ai consorzi fidi. In ogni caso, questo non c’entra con la trasparenza banca-impresa, oggetto del tuo articolo.
    Tu ripeti le mie affermazioni: la banca non è obbligata a comunicare il rating interno e si guarda bene dal farlo. Questo ovviamente perché sarebbe facile per i clienti fare mapping e quindi negoziare le condizioni partendo da una posizione informativa privilegiata. Il punto è che se le banche non forniscono almeno le linee guida per migliorare la valutazione dell’impresa, gli strumenti che può adottare l’imprenditore sono i soliti, molto dispersivi e dispendiosi. Oltretutto, ti inviterei anche a fare un sondaggio per vedere quanti commercialisti sono in grado di assistere le pmi per migliorare la loro valutazione presso le banche: da quelle che sono le mie risultanze empiriche, solo una percentuale minima, dato che la maggior parte sono semplici consulenti fiscali.
    Consentimi infine una battuta: se le pmi presentassero alle banche un prospetto informativo simile a quello necessario per l’emissione di titoli, credo che il 95% dei direttori di filiale andrebbe in crisi :-)
    @Luca Mancini. Le banche applicano modelli di valutazione diversi a seconda delle dimensioni: questo anche perché, ad esempio, le fonti informative sono diverse (es. le imprese in contabilità semplificata hanno praticamente solo il conto economico).Sulle piccole imprese, in particolare, ha prevalenza l’informazione andamentale e gestionale.
    Per quanto riguarda la carenza amministrativa e gestionale delle imprese: se non sei in grado di monitorare la tua situazione interna (ovvero l’azienda presenta carenze organizzative importanti), che garanzie di solidità puoi dare? Le banche non sono enti di beneficenza o venture capitalist, ti prestano denaro per averlo indietro con gli interessi. Non sai quante aziende ho visto saltare perché il titolare era bravissimo nel suo settore, ma non aveva idea di come gestire gli aspetti economico-finanziari. E lì, non c’è “vecchio direttore” che tenga :-)

  10. Francesco Merone scrive:

    Mi sa che abbiamo un pò mischiato le carte in tavola. Il too big to fail era rivolto alle grandi imprese, soprattutto estere. Queste imprese hanno ricevuto grossi aiuti, erano fallite, tipo tutte le maggiori banche Usa e la AIG oggi invece sono tornate ad operare, gestire e addirittura dare rating agli altri (!!!!!!). In Italia il governo non ha erogato 1 euro alle banche, i Tremonti bond sono uno strumento finanziario ottimo per il governo, ma costosissimo per le banche. In realtà, però, è bastato che il governo italiano dicesse di aiutare le banche e di emettere i Tremonti Bond e i titoli azionari delle grandi banche riprendessero a correre. Quindi, aiuto italiano a costo zero. Altra cosa sono invece i rapporti fra la banca e l’impresa. E’ facile dare la colpa a Basilea 2. Ti assicuro che ogni giorno, questi parametri pesano sull’azienda per la quale lavoro. La verità è che chi chiede un prestito dovrebbe garantire (non esiste la certezza, ovviamente) di ripagarlo. Per una persona fisica si segue il criterio della busta paga e del 30% della rata. Se guadagno 1.000 euro al mese, la mia rata non dovrebbe superare 300 euro. Per le aziende dovrebbe essere abbastanza simile. Ovviamente sto semplificando. Ma se fosse utilizzato un sistema del genere, quante aziende PMI o grandi, riceverebbero quanto richiesto? Fino ad oggi siamo stati abituati a pensare al rischio finanziario con un approccio molto “morbido”. Dopo Lehaman Brothers ci si è accorti che tutti possono fallire. Per questo i governi hanno aiutato i grandi, purtroppo i piccoli non hanno la stessa rete. Oppure, purtroppo i grandi non operano in regime di mercato, quindi, i peggiori di ieri potrebbero scalzare quelli che erano i migliori, e questo non è corretto. Sulle capacità del commercialista non mi pronuncio, il problema è il bilancio dell’azienda. Se è positivo posso ottenere qualcosa altrimenti no, del resto, è la stessa cosa per le persone fisiche. Se si creano invece dei meccanismi distorsivi, alla fine questi peseranno su tutti. Per adesso, il mercato concorrenziale ha dimostrato di creare delle bolle e delle crisi, ma comunque ben diverse dai mercati monopolisti e di regime.

  11. Luca Mancini scrive:

    A Ugo Ruffolo

    Premetto che opero in una realtà piuttosto piccola, dove ancora una stretta di mano vale più di cento contratti, e di avere un’esperienza limitata….non pretendo di possedere la verità rivelata …. ho solo manifestato il mio pensiero.

    E’ vero che le imprese in contabilità semplificata hanno solo il conto economico …. chissà perchè da me le banche pretendono anche la situazione patrimoniale aggiornata…. la frase tipica: “è impossibile che non ci sia il bilancio” e questo perchè molto spesso il bancario è quasi completamente a digiuno di alcune nozioni (tanto lui si limita ad inserire i dati)

    Non per insistere ma non mi sembra che le banche abbiano con le piccole imprese un’occhio di riguardo anzi ….. bastonate ai cani magri!!

    Posso assicurare che esistono realtà aziendali SANE dove l’irrigidimento del rapporto con l’istituto e le maggiori difficoltà ad accedere al credito rischiano veramente di far saltare l’impresa.

    Caso reale. Azienda individuale artigiana che effettua lavori di manutenzione presso grossi clienti di sicura solvibilità.
    Ottima marginalità buon utile operativo e soddisfacente utile netto (reddito d’impresa).
    Il fatto che i clienti non rispettino le scadenze concordate (alte percentuali di insoluti) con conseguenti sconfinamenti (talvolta solo per valuta)ha determinato un peggioramento del rating aziendale che rischia di portare all’incaglio la posizione.
    Ripeto i clienti pagano, purtroppo non regolarmente, e le perdite effettive sono ZERO. Le banche rifiutano certi nominativi o riducono le percentuali di anticipo creando una difficoltà finanziaria che avrà sicuramente ripercussioni anche sull’area operativa.
    Il “vecchio direttore” avrebbe tenuto la posizione, sicuramente aumentando gli spread e quindi raggiungendo i propri obiettivi di budget(nessuno pensa che le banche facciano beneficienza), tenendo anche conto della capacità reddituale e patrimoniale del cliente (proprietario di immobile privato) e valutando la serietà della persona che aveva di fronte.

    Oggi purtroppo i direttori di filiale hanno un’autonomia pari allo zero e le decisioni vengono prese a livello centrale sulla base dei soli numeri …..

    La mia opinione è che sta sparendo il buon senso soppiantato dalla fredda logica delle cifre, dei parametri e della standardizzazione.

    Resto in curiosa attesa di leggere commenti sulle nuove voci tariffarie in sostituzione della CMS.

    “Le opinioni sono come le palle. Ognuno ha le sue” (Clint Eastwood - Dirty Harry)

  12. Ugo Ruffolo scrive:

    @Francesco Merone. Il too big to fail era pensato per le grandi imprese americane, ma di fatto è stato applicato solo ad a AIG ed a poche grandi banche commercial (essenzialmente Bofa e Citi). Tutte le imprese non finanziarie invece sono state lasciate al loro destino. I Tremonti bond sono apparentemente costosi, ma c’è una clausola che prevede il non pagamento degli interessi in caso di perdita di esercizio: chissà come chiuderanno il bilancio 2009 quelle banche che li hanno chiesti… e dal 2010 sarà possibile il rimborso anticipato.
    Io non penso che Basilea2 abbia delle colpe. Anzi, ha grandi meriti, perchè obbliga le banche ad utilizzare dei criteri oggettivi per dare credito e obbliga i banchieri a fare bene il loro mestiere (ovvero gestire il rischio) penalizzandoli sul capitale. La crisi finanziaria non ha alcun collegamento con Basilea2, semmai con il mark-to-market dello ias 39 e lo sfruttamento che gli hedge funds hanno fatto di questo meccanismo per mettere in crisi i bilanci delle banche americane. Comunque personalmente ritengo che in Italia abbiamo un sistema finanziario ben più etico di altre nazioni.
    La tua affermazione “Sulle capacità del commercialista non mi pronuncio, il problema è il bilancio dell’azienda” è il nocciolo della questione. E secondo me è sbagliata. E’ sbagliata perché se fosse così, il rating da solo consentirebbe l’erogazione del credito, potremmo sostituire tutti gli analisti con dei computer o, come diceva Arpe con una battuta, facciamo erogare i fidi ai bancomat. Il bilancio non è tutto, deve essere corredato da una informativa adeguata a spiegare il perché l’azienda è migliore del bilancio che la rappresenta, ed il concetto di “migliore” significa meritevole di credito secondo i metodi di valutazione della banca. Per questo auspico maggiore trasparenza da parte delle banche, ad iniziare dal rating, ma anche adeguata preparazione e professionalità da parte dei consulenti, che spesso invece sono molto ignoranti in questa materia.

    @Luca Mancini. Purtroppo nel tuo ragionamento c’è un difetto di base, ed è che il budget della filiale non è più solo economico, ma è anche un budget di rischio (cioè la filiale viene misurata sulla performance risk-adjusted). Se il rischio è valutato in base al rating, hai voglia che il direttore (vecchio o giovane che sia) ti dia fiducia… lo può fare per pochi casi, ma se ciò diventa sistematico su tutto il portafoglio (come dovrebbe essere in questo periodo) ciò compromette la valutazione della filiale. Peraltro, come giustamente facevi notare, solitamente i direttori di filiale perdono le autonomie sulle posizioni con rischio maggiore.
    Secondo me non sta sparendo il buon senso, ma essendo i sistemi di valutazione giovani e poco trasparenti (perfino all’interno delle stesse banche), non sono ancora stati implementati di quella curva di esperienza che consente di affinare la discriminazione del rischio. Forse questa crisi servirà anche a questo. Certo, se le banche fossero più trasparenti sarebbe più semplice.
    Per quanto riguarda la cms, credo che mediamente incidesse per il 20-30% del margine di interesse: non puoi pensare di togliere una fetta del genere senza rendere instabile l’azienda, quindi sicuramente le banche troveranno altri modi per recuperare quei mancati incassi.

  13. Luciano Pasato scrive:

    Ho letto l’interessante dibattito dei commenti precedenti. Mi sembra che venga tralasciato un aspetto fondamentale;
    E’ noto che le imprese italiane sono mediamente sottocapitalizzate rispetto alla media delle aziende europee?? Pensate che questo aspetto debba avere un costo? Se sì chi dovrebbe pagarlo? Credo che siamo tutti d’accordo che debbano farlo gli azionisti o imprenditori. Credete che questo maggior costo le aziende italiane siano in grado di sopportarlo? Prima di fare atti d’accusa al sistema bancario gli imprenditori dovrebbero meditare forse affiancati da consulenti e commercialisti che non indicassero loro solo qual’è la via per pagare meno tasse!

  14. Francesco Merone scrive:

    La banca è un’impresa, quindi paga il denaro che prende in prestito e cerca di investirlo ad un rendimento superiore. Ovviamente, più è efficiente nell’investirlo, meno chiederà come spread attivo. Su quali basi può valutare il rischio di impresa, se non il bilancio? Se poi, il bilancio di esercizio di un’impresa italiana, soprattutto se medio/piccola, viene redatto secondo le logiche del “pago meno tasse possibili” - “cerco di dire il meno possibile” e così via, di chi è la colpa? Sicuramente non della banca che ha difficoltà ad estrapolare la ricchezza e futuro dell’impresa e forse, neppure dell’imprenditore, che giustamente, cerca di minimizzare il carico fiscale.
    La spirale è perversa perchè se cerco di valorizzare la mia impresa, devo redigere un vero bilancio, un bilancio informativo e corredarlo della strategia di impresa, di quello che farò per continuare a sviluppare il business (in questo caso c’è il blog del prof. Quagli). Con un siffatto bilancio, probabilmente, troverei dei finanziatori. Però, dovrei rendere più vulnerabile l’impresa rispetto ai competitors e al fisco. Allora cerco di non dire nulla e redigere un bilancio in forma abbreviata. Nessuno vi capisce nulla, ma la banca in primis, cerca di starne alla larga. Non c’è un attore buono e uno cattivo in questa situazione, ci sono interessi contrapposti. Il problema è proprio questo, bisognerebbe invece cercare di far collimare le esigenze informative. E’ troppo semplice dire “la banca specula” o “l’imprenditore ha bilanci in rosso e la barca a Portofino”. Sono semlificazioni, qualunquismi, che qualche volta corrispondono alla realtà, ma non rappresentano il campione statistico di riferimento. La realtà quotidiana è fatta di tutte le imprese che cercano di informare la banca nei limiti e il gestore bancario che cerca di finanziare l’impresa, nei limiti delle regole in essere…

    Una brevissima riflessione sulla capitalizzazione di impresa: chi investirebbe 100 euro in azienda, sapendo che sull’utile di questi 100 euro, prima pagherà il 40-45% di tasse (Irap, IRES, ecc…) e poi sul “suo” dividendo un’altra aliquota che dovrebbe essere del 40-50%, mentre, se avesse comprato un BOT, senza rischio, avrebbe pagato solo il 12,50% di tasse (idem per azioni, future e derivati)!?! Bisogna rendere conveniente investire in azienda e non costruire rendite di posizione.

  15. Ugo Ruffolo scrive:

    @Luciano Pasato. La sottocapitalizzazione è pagata dall\’impresa sotto forma di oneri finanziari, minore accesso al credito, maggiori garanzie accessorie. Ovviamente ciò sarà ribaltato sulla proprietà ed in taluni casi indirettamente anche sui dipendenti per la quota parte di salario variabile agganciato ai risultati aziendali.
    Sono completamente d\’accordo con te che l\’innalzamento qualitativo dei commercialisti e dei consulenti è la strada primaria per migliorare lo standing delle pmi, possibilmente con l\’aiuto delle banche, ovvero facendo sì che ci sia una maggiore trasparenza sulle metodologie di valutazione dell\’impresa.
    @Francesco Merone. Secondo me il bilancio dovrebbe dare informazioni generali sull\’andamento ell\’impresa, e molto chiare su come sono determinati i numeri. Le banche dovrebbero trovare le risposte ai loro quesiti sul quadro strategico dell\’azienda in documenti riservati non pubblici, come ad esempio il piano industriale. Che non è detto debba essere fatto per forza dalla McKinsey, anche un buon commercialista dovrebbe essere in grado di assistere il suo cliente nel mettere nero su bianco le risposte alle domande basilari: chi siete? cosa portate? un fiorino! (cfr. Non ci resta che piangere) :-)

  16. Luca Mancini scrive:

    Salve a tutti.

    Commissione Massimo Scoperto

    A Ugo Ruffolo

    Certo che le banche troveranno altri modi per recuperare i mancati incassi anzi ne hanno approfittato per crearne dei nuovi!!

    Le nuove voci tariffarie vanno a colpire proporzionalmente l’entità dei fidi concessi (indipendentemente dal loro utilizzo) talvolta in misura anche rilevante. Per quanto ne so io MPS arriva anche al 3% annuo sui fidi, anche per lo smobilizzo di crediti commerciali.
    Qui da noi sugli anticipi SBF o fatture talvolta si spuntava la condizione “franco CMS” od al max 0,125% (0,50% annuo) sugli effettivi utilizzi. Oggi si parla mediamente del 2%.

    Altro meccanismo è rappresentato dalla Indennità di sconfinamento (che viene applicata oltre alla maggiorazione del tasso extra fido). Il Banco Popolare chiede 10€/die per sconfinamenti entro i 5000. Non sono previste franchigie. Pertanto anche se sconfino di 1 cent. mi becco la penale di 10€ (il 1000%).

    Ho portato alcuni esempi ma tutti gli istituti si sono indirizzati sulla stessa linea tranne alcune eccezioni, indipendentemente dalla bontà del cliente. Le proposte di modifica unilaterale del contratto sono arrivate a tutti, ovvio che sarà diversa la capacità contrattuale per ottenere miglioramenti.

    Giustamente auspichi maggiore trasparenza da parte delle banche. Parli di rating. Io mi accontenterei della Centrale Rischi. Perché per avere i dati della centrale rischi devo fare una richiesta specifica? Non potrei riceverli con l’estratto conto?
    Perché ogni qualvolta mi viene evidenziata una anomala segnalazione in CR, io cliente devo iniziare a contattare banca per banca per farmi dare i dati (di un paio di mesi prima) e quando scopro che l’anomalia è dovuta da un’errata segnalazione, devo insistere per avere una lettera di spiegazioni da parte dell’Istituto.
    Questo nella migliore delle ipotesi. Tralascio quando occorre richiederla direttamente in Banca d’Italia e quando lo stesso istituto non è in grado di spiegarmi la logica della segnalazione “errata” effettuata.
    Se ricevessi i dati comunicati in CR in tempo reale con la segnalazione fatta in Banca d’Italia potrei verificare e magari richiedere le opportune correzioni prima ancora che i dati siano resi disponibili a livello di sistema.
    Sottocapitalizzazione delle imprese
    Le piccole imprese italiane sono sottocapitalizzate, cioè finanziano i loro investimenti prevalentemente con capitale di debito e presentano poco capitale proprio? Analizzando i bilanci di queste imprese la risposta è sicuramente affermativa.
    Come al solito c’è un elemento da considerare di non immediata percezione esterna: i patrimoni extra aziendali dei titolari e dei soci. Si tratta di investimenti in titoli e in immobili che il titolare mantiene al di fuori dell’impresa, pur essendo legati a quest’ultima, poichè dati in garanzia alle banche per ottenere finanziamenti per l’impresa.
    Talvolta le fideiussioni personali rilasciate coprono l’intero patrimonio personale dell’imprenditore.
    La determinazione del Capitale di Rischio dovrebbe tener conto di questi elementi patrimoniali che da una prima lettura dei conti aziendali non emergono.
    A tale proposito cito Luigi Einaudi
    “Milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete del denaro.
    Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.
    Se così non fosse non si spiegherebbe come ci sono imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i capitali per ritrarre utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi.”

  17. Ugo Ruffolo scrive:

    @Luca Mancini. Quelli che hai evidenziato sono tutti esempi di come le banche recuperano la cms. Purtroppo la coperta è corta e, dato che bisogna fare utili, vale il vecchio detto “fatta la legge, trovato l’inganno”. In questo le banche seguono la logica dei bilanci comunali, che spesso si reggono sulle multe dei vigili: se ti comporti correttamente paghi una certa cifra, se sgarri ti bastono. Ovviamente la bastonatura è tarata in modo che i proventi siano statisticamente quanto meno pari a quelli precedenti. Devo dire che, per quanto a nessuno piaccia pagare oneri bancari, se non altro adesso ci sarà la possibilità di pagare di meno per chi si comporta correttamente. La commissione sull’accordato è figlia del metodo di calcolo di basilea2: è molto più oneroso per la banca un fido accordato ma non utilizzato che uno utilizzato al 100%, quindi agendo sulla leva del prezzo si cerca di allineare accordato ed utilizzato.
    Mi trovi completamente allineato anche sulla richiesta di avere la stampa della ceri in allegato all’estratto conto, anche se certamente te la farebbero pagare :-)
    Per quanto riguarda le garanzie… perché non versare nell’azienda i titoli personali a garanzia? Oppure conferire nell’azienda gli immobili? Sono domande volutamente provocatorie :-) Ci sono molti imprenditori che fanno i furbi, e troppi che firmano garanzie personali per poi risultare nullatenenti quando si avvicina il momento di difficoltà. Il buon Einaudi è morto prima di vedere il deterioramento morale di buona parte della classe imprenditoriale (e politica).

  18. Francesco Merone scrive:

    La CR Banca d’Italia è veramente un documento informativo che potrebbe essere valorizzato meglio. Doverlo chiedere alle banche in maniera “informale” per poi scoprire degli sconfinamenti che magari dipendono da un inserimento dei dati non corretto, da parte di una banca, è un’arma pericolosa per le imprese. Dover poi chiamare le banche per la correzione è effettivamente la ciliegina.

    Le aziende, in genere, fanno parte di associazioni di categoria, bisognerebbe evidenziare questo problema e chiedere soluzioni. Tramite l’associazione di categoria, questo punto potrebbe essere portato avanti e magari avere la possibilità di essere considerato da Banca d’Italia. Lo farò presente negli incontri con l’associazione.

    Volevo solo fare un piccolo appunto sul piano industriale da far scrivere al commercialista. Questa mi sembra una “boutade”. La PMI ha un piano industriale perfetto, ma è nella testa di una sola persona, l’imprenditore. Non credo esista 1 solo imprenditore italiano, che condivida la sua vision con il commercialista (o chiunque altro). Se qualche decennio fa, il direttore di banca parlava con l’imprenditore e gli rilasciava l’affidamento in base alla storia personale dell’imprenditore, alle garanzie o altro, questo era un rapporto di valutazione del direttore di filiale. Era una scelta personale del direttore della filiale. Oggi non esiste il direttore di filiale, ma c’è il gestore corporate. Al di la delle definizioni anglofone, il rapporto odierno è spersonalizzato. Spersonalizzare vuol dire giudicare in base ai numeri, il che non è perfetto, ma ci assicura una parità di trattamento. Oppure si vuole tornare ad un rapporto di tipo “personale”?

    Ritengo che bisogna rendere conveniente investire nella propria impresa e poi l’imprenditore deve convincersi che per chiedere soldi “al sistema” deve spiegare come verranno utilizzati questi soldi, che piano ha in mente.

    Sulle CMS, o mancato utilizzo o altri balzelli, sono tutte commissioni su cui l’impresa “debole” non ha alcun potere contrattuale. Nel momento in cui il fatturato dovesse ripartire, allora la banca cambierebbe approccio. Non cambia nulla chiamare una commissione CMS, mancato utilizzo, gestione conto, rinnovo fidi, ecc….. Non si eliminano con la normativa, solo con il rafforzamento dell’impresa. Purtroppo (o per fortuna, dipende dalle valutazioni) la leva finanziaria è un meccanismo che consente di essere proprietari di impresa con pochi soldi. Ovvio, che la banca, in questi casi sia foriera di inserire tutte le commissioni dello scibile umano.

  19. Ugo Ruffolo scrive:

    Se tutte le PMI avessero un piano perfetto, pur nella testa dell’imprenditore, non ne salterebbero così tante :-) Gli imprenditori, come tutte le persone, hanno dei limiti e, nella stragrande maggioranza dei casi, questi limiti sono le scarse conoscenze di tematiche economico-finanziarie. Partendo da questo presupposto, il confronto costruttivo con il commercialista sarebbe utile per arrivare a definire un documento (piano industriale forse è un pò troppo pomposo) in grado di dare risposte alle domande che fa la banca che ti presta del denaro.
    Secondo me, la funzione del gestore corporate dovrebbe essere proprio rendere personalizzato un rapporto che, in mano al direttore della filiale, sarebbe per forza spersonalizzato. Se rimane spersonalizzato anche col gestore imprese, meglio cambiare banca, vuol dire che stanno applicando logiche di massa ad un mercato tipicamente 1-1. Tanto valeva tenersi di direttori di filiale :-)

  20. Massimiliano Giuseppe scrive:

    Ugo,
    condivido pienamente la tua opinione. Oggi gli imprenditori non hanno un piano preciso nella loro mente, le scelte si basano sull’istinto. Io credo che il problema può essere risolto in due modi:
    - coinvolgere l’imprenditore in percorsi di formazioni specifici;
    - abbandonare l’idea del commerialista e rivolgersi a figure esperte in strategia d’impresa.

  21. Massimiliano Giuseppe scrive:

    Ugo,
    secondo me il rapporto è più personalizzato con il direttore di filiale che con il gestore corporate. Questo perchè all’interno della filiale con un determinato volume d’affari hai una certa valenza mentre all’interno del corporate a parità di volume d’affari l’azienda non viene presa in considerazione. Purtroppo questa è la legge dei grandi numeri…..

  22. Massimiliano Giuseppe scrive:

    Ciao Francesco,
    gli scambi si basano sulla fiducia e credo che il rapporto personale con il direttore sia indispensabile per limitare eventuali danni …. se non ricordo male Basilea prevede che vengano valutati dalle banche sia gli aspetti qualitativi che quantitativi delle aziende. Oggi si valutano solo i numeri ma la crisi ha dimostrato che bisogna guardare in faccia all’imprenditore capire chi è e cosa ha in mente ….

  23. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano. Concordo sui percorsi formativi, purtroppo tanti piccoli imprenditori considerano la formazione un costo e non una opportunità di crescita. Sicuramente un consulente esperto in strategia d’impresa è più preparato, ma se parliamo di piccole imprese attenzione a non sparare alle zanzare con un cannone. In questo senso, rispondendo alla tua osservazione sul peso in filiale, ciò avviene se sei un cliente corporate in una filiale retail: in una filiale corporate saresti trattato peggio che non col gestore :-)
    Per gli aspetti qualitativi… secondo me i sistemi di rating in questo momento non li pesano a sufficienza, non c’è ancora una modellistica strutturata in questo senso.

  24. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Penso che il vero problema è rappresentato proprio dai consulenti che non vogliono offrire servizi diversificati. Io penso sempre alla possibilità che diverse figure professionale possano unirsi per offrire servizi diversificati. Cosi anche una PMI può usufruire di un servizio di alta qualità Oggi purtrobbo le PMI vengono viste dai consulenti come ” vacche da mungere”

  25. Ugo Ruffolo scrive:

    Massimiliano, a che tipo di servizi di alta qualità pensi?

  26. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    credo nella possibilita di aprire un centro di elaborazione dati dove possono confluire diverse figure professionale dal commercialista al controller all’esperto in finanza. In questo modo tutta la documentazione di una impresa viene gestita dallo staff del centro dati. In questo modo offriamo la possibilità alle PMI di usufruire di servizi di alta qualità. Non solo ma il resp finanza si triva anche nella possibilità di poter contrattare in modo diverso con le banche visto il portafoglio che gestisce.

  27. Ugo Ruffolo scrive:

    Quindi una sorta di direzione finanziaria in outsourcing, che partendo dall’analisi dei flussi di incasso/pagamento sia in grado di consigliare l’imprenditore sulla gestione finanziaria e sostituirlo nella contrattazione con le banche?

  28. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    si questa è la mia idea …. non solo ma gli imprenditori vengono costantemente informati sui margini dei diversi prodotti attraverso degli allert

  29. Ugo Ruffolo scrive:

    il che presuppone una contabilità industriale ed un sistema di controllo di gestione, più un software di gestione della tesoreria integrato alla contabilità ed al corporate banking per la spunta e riconciliazione dell’estratto conto, con verifica delle condizioni bancarie…
    interessante, però non mi pare che su mercato ci siano soluzioni multiaziendali già pronte…

  30. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    programma zucchetti che si collega perfettamente al Doc Finance con accesso anche da remoro … inoltre si posso prevedere degli allert in automatico

  31. Ugo Ruffolo scrive:

    grazie, darò un’occhiata (anche se il mio commercialista usa profis)

  32. Francesco Merone scrive:

    L’idea del “consorzio AFC” o come lo chiami tu, centro di elaborazione dati sarebbe un grosso aiuto alle PMI. E’ evidente che un’impresa che fattura 1 milione di euro non può permettersi un controllo di gestione, una gestione della tesoreria, ecc… ma delegare tutte le sue attività AFC al commercialista. Se ci fossero 10 aziende di queste dimensioni disposte ad associarsi, il risultato sarebbe diverso. Ci sono dei casi simili a questo, penso ad Expert che è una associazione di varie aziende della grande distribuzione, ognuna separata giuridicamente e indipendente, ma che centralizza gli acquisti e altri servizi, attraverso la Expert che è una società ad hoc. Non è semplice giuridicamente organizzare una struttura del genere e poi è difficile affidare ad una società esterna, appunto un CED come lo chiami tu, la gestione degli incassi dei clienti. Sarebbe un grosso passo avanti perchè lascerebbe al piccolo imprenditore la sua nicchia di mercato e di eccellenza e consentirebbe di misurare i costi e rapportarsi con le istituzioni finanziarie da grande impresa, ma per adesso, non ne ho viste in giro….

  33. Massimiliano Giuseppe scrive:

    Idee come queste in giro non ci sono …. tutti gli studi pensano solo a fare business … l’idea è nata quando sono andato in un azienda di un mio amico che mi aveva chiesto dei consigli in merito alla pianificazione finanziaria ed il controllo di gestione … allora mi sono chiesto perchè non offrire tutti questi servizi anche alle piccole relatà …. realtà numerose che rappresentano il tessuto produtttivo del ns territorio …

  34. Paolo Tirabassi scrive:

    Mi inserisco nella discussione per segnalare che si stanno sviluppando da qualche tempo studi professionali specializzati nella consulenza finanziaria alla piccola e media impresa.
    Estranei all’organizzazione bancaria e perciò privi di conflitti di interesse con i propri clienti, possono bilanciare l’asimmetria di cultura finanziaria e di tecniche che normalmente caratterizza il rapporto tra la PMI e la banca.
    Sono in grado di redigere un vero bilancio finanziario dell’impresa - che è cosa diversa da quello civilistico e fiscale - e di supportare l’imprenditore nella comunicazione con la banca.
    Aiutano l’imprenditore a ragionare in termini finanziari, secondo la logica di Basilea 2 che, vigente o meno e applicata alle piccole imprese o meno, è pur sempre una logica utile all’impresa (sono in grado, a questo riguardo, di stimare con competenza il rating assegnato).
    E aiutano non di rado la banca a capire l’impresa.

  35. Ugo Ruffolo scrive:

    @Paolo Tirabassi. E’ interessante il tuo intervento, anche perché va esattamente nella direzione che personalmente ritengo desiderabile per le imprese. Ci sono un paio di punti che non mi sono molto chiari… cosa intendi per “ragionare in termini finanziari secondo la logica di basilea2″ e “stimare con competenza il rating assegnato”?

  36. Paolo Tirabassi scrive:

    @Ugo Ruffolo.
    Rispondo al primo punto. Significa comprendere che il rischio della banca è, in qualche modo, anche il rischio dell’impresa. Ossia che la mancanza dell’equilibrio patrimoniale, finanziario o economico dell’impresa aumenta il rischio di fallire e comunque riduce l’attrattiva dell’impresa per i partner bancari, finanziari e anche commerciali e riduce infine la redditività.
    Rispondo al secondo. Credo che il miglior punto di partenza per una consulenza finanziaria all’impresa sia la valutazione dei detti equilibri - oltre che l’analisi qualitativa dell’impresa stessa, che come si è giustamente osservato, un poco ancora scarseggia. I quattro elementi sono alla base del rating che le banche assegnano ed i meccanismi di questi rating non sono un mistero inaccessibile.
    I consulenti finanziari indipendenti possono avere a disposizione le tecniche per stimare come la banca classifica l’impresa. Stimare il rating serve all’imprenditore per autovalutarsi e migliorarsi. E per relazionare con la banca in modo realistico ed efficace.

  37. Ugo Ruffolo scrive:

    @Paolo Tirabassi.
    Sul primo punto sei stato chiarissimo.
    Sul secondo punto invece sei stato molto chiaro ma credo anche molto ottimista: quello che puoi stimare (e che fanno una moltitudine di programmi sul mercato) non è il rating attribuito dalla banca, ma un indicatore di equilibrio economico/finanziario/gestionale dell’azienda solitamente z-score like. C’è un pò di differenza, perché il rating della banca e’ la determinazione della probabilità di default (validata mediante backtesting), mentre l’indicatore che propongono i vari software non lo è affatto. I modelli di calcolo sono molto diversi, anche perché le banche hanno a disposizione dati andamentali che i software in commercio non possono avere modellizzato (al limite lo lasciano fare al consulente). Questo senza considerare che ci sono banche che usano modelli statistici e banche che usano modelli judgemental.
    Certo, per far capire all’imprenditore che la sua azienda va male e per stimolarlo a migliorarsi può essere più che sufficente un indicatore costruito in modo razionale, e non così complesso come un rating.
    Magari in questo modo e’ un pò più difficile spiegare come mai la stessa azienda che fa la stessa movimentazione su due banche diverse abbia una valutazione diversa dalle due banche ed abbiano ragione entrambe :-)

  38. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    credo che il piccolo imprenditore debba essere aiutato a comprendere i concetti che stanno alla base del miglioramento dell’equilibrio economico finanziario dell’azienda tralasciando, in un primo momento, gli indicatori di bilancio.
    La mia idea di base non è quella di offrire un servizio di consulenza finanziaria alle aziende ma di aiutare o meglio seguire le aziende nell’intero processo gestionale dell’azienda. Secondo me la conoscenza dell’azienda, il suo modo di operare e gestire sono alla base per un consulente per offrire una consulenza di livello.

  39. Paolo Tirabassi scrive:

    @Ugo Ruffolo
    Io non conosco la procedura di validazione mediante backtesting. Che possa determinare con precisione la probabilità di default credo sia anche questo ottimistico. Comunque esistono softwares implementati sulla base di dati statistici molto ampi e pluriennali.
    So che esistono approcci diversi tra le diverse banche, quello che è importante è conoscere i fattori che i modelli utilizzano - non sono infiniti - e comprendere in quale modo essi possono essere letti (e modificati dalla gestione) nel bilancio dell’azienda.
    Io opero comunque nei confronti di aziende di dimensioni contenute, prive di una funzione di direzione finanziaria. Per esse molte banche, di fatto, si affidano molto alla valutazione dell’andamento e, considerata la frequente commistione tra patrimonio aziendale e patrimonio privato nelle imprese minori, non hanno tutti i torti. Però così non aiutano le imprese e non migliorano i propri impieghi.
    Io trovo sia molto utile all’imprenditore comprendere bene la logica remunerazione/rischio del capitale proprio e di terzi, l’impatto sul bilancio degli investimenti, i flussi finanziari ecc. e saper vedere la propria azienda in modo oggettivo. Comprende meglio, comunica meglio, ottiene più fiducia. La stessa presenza del consulente finanziario, per la mia esperienza, rassicura la banca. Gli eventuali disallineamenti dello scoring mi sembrano un problema minore.
    Il problema maggiore mi pare sia l’impreparazione di moltissime imprese rispetto a questi temi. Quando la banca revoca i fidi lo fa non di rado a ragione ma l’imprenditore si sente vittima di un complotto. Oppure, al contrario, l’impresa si annega in un credito esagerato, ottenuto per meriti esterni, e quando il mercato la punisce è già oltre l’orlo del burrone.

  40. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Al master Ipsoa in Risanamenti Aziendali hanno spiegato come si calcola il default dell’azienda calcolando il “z” di settore. Se l’argomento vi interessa posso riportare la formula

  41. Paolo Tirabassi scrive:

    A me interessa.

  42. L'imprenditore scrive:

    ho letto (velocemente il tutto):

    Centrale Rischi -ciascuna azienda può andare in Banca d’Italia e chiederne copia. Senza problemi. E’ magari una rottura andarci ma se si hanno dubbi di dati errati è molto utile. sempre occhio a operazioni richieste e non chiuse, spesso le banche le inseriscono per tutelarsi

    RATING- il calcolo del rating è parte del know how aziendale, con quello che è costato farlo. Voi dareste le formule di calcolo dei vs prodotti ai clienti?

    PMI manca proprio la cultura finanziaria di base. Farlo in service sarebbe bello ma gli oneri per farlo bene sarebbero eccessivi. E a farlo male (come viene spesso fatta la contabilità) si rischia di dare segnali errati

  43. Ugo Ruffolo scrive:

    @Imprenditore.
    CeRi. Non ho mai visto la risposta di Bankit ad una richiesta fatta direttamente dal segnalato, ti dà il dettaglio per singola banca? In ogni caso, avere una situazione in allegato all’estratto conto non sarebbe male.

    Rating. Il discorso è un pò più complesso, perché è indubbio che il rating alle banche costa ed è costato, ma i ricavi provengono dai crediti erogati, quindi rendere pubblici i criteri (o almeno i macrocriteri) con cui vengono valutate le imprese secondo me creerebbe un ritorno positivo alla banca in termini di maggiore consapevolezza da parte della sua clientela. Oggi addirittura siamo al paradosso che vieni valutato in base al rating, ma se chiedi alla banca che rating hai, non te lo dicono (e sono autorizzati a non dirtelo). Un pò di trasparenza farebbe bene a tutti. Cito ad esempio Unicredit che mi dicono (non l’ho constatato di persona) ha un finanziamento con spread agganciato dinamicamente al rating: questo è un modo intelligente per stimolare i miglioramenti dell’azienda, a patto che poi si diano le linee guida per migliorare la propria valutazione (infatti a questi prodotti le banche abbinano servizi di advisory, e forse è questo il vero motivo della non disclosure).

    PMI. Probabilmente con la piattaforma informatica giusta si potrebbero ridurre i costi, soprattutto se si ipotizzasse una attività in outsourcing per filiera o per distretto. Però è vero che se non si lavora bene si rischiano risultati fuorvianti (in questo senso il distretto potrebbe aiutare).

  44. Andrea Arrigo Panato scrive:

    @ ugo ruffolo: ti confermo che banca italia è estremamente efficiente. io lo faccio fare annualmente per bilancio e revisione.

    In generale è vero che manca la cultura finanziaria. in questo senso però credo molto nel lavoro che possono fare gratuitamente o quasi le associazioni di categoria, confidi, ecc…

    Del resto molto spesso le cose da sapere non sono infinite per una PMI.

  45. Francesco Merone scrive:

    Mi fa piacere constatare che la discussione è ancora in una fase “calda”, segno che i rapporti fra banca e impresa non sono idilliaci.

    Sul rating vorrei precisare che non è, semplicemente, l’applicazione di un software, altrimenti i rating delle banche sarebbero tutti uguali. Bisogna aggiungere gli eventuali ritardi nei pagamenti, situazioni pregiudizievoli, ecc… e poi il rapporto consolidato fra banca e cliente. Quanto più questo rapporto è consolidato e positivo, tanto più si riesce a scalare una posizione positiva sul rating.

    Come ho scritto anche prima, alla base del rating c’è il bilancio, gli allegati e la reportistica di un’impresa. Quanto maggiore è la trasparenza sui propri conti tanto maggiore sarà la possibilità per la banca di dare un valore positivo all’impresa, al di la dei numeri.

    Il problema è che l’imprenditore fa un bilancio “ridotto all’osso” e diventa difficile valutare un’azienda su questi dati. La banca ha interesse a prestare denaro, su questo vive e fa utili. Se non lo fa possono esserci solo 2 motivazioni: l’azienda non ha realmente futuro oppure dai documenti contabili presentati, sembra che l’azienda avrà difficoltà a proseguire.

    Quindi, se siamo nel secondo caso, dobbiamo impegnarci a produrre la reportistica adatta ad evidenziare il valore dell’impresa.

    Non ho considerato i casi in cui aziende decotte ricevono fidi perchè in queste situazioni, non ci sono logiche economiche e finanziarie…

  46. Paolo Tirabassi scrive:

    @Francesco Merone
    Per quanto ne so, i diversi softwares, utilizzati sia da banche che da terzi fornitori esterni delle stesse o studi di ricerca o studi professionali, possono assegnare pesi diversi agli indici di bilancio, in funzione di una determinata visione dell’equilibrio ideale dell’impresa.
    Inoltre la cosiddetta analisi qualitativa viene fatta rientrare, dai migliori softwares, nel calcolo, assegnando un punteggio ad esempio alla capacità del management, all’andamento dei crediti, alla stabilità della clientela, all’organizzazione interna ecc.
    Ovvio che dietro al punteggio qualitativo ci sia un giudizio soggettivo dell’analista. Esso consente tuttavia di inserire un elemento qualitativo nell’analisi con una metodologie non del tutto arbitraria e paragonabile tra le diverse imprese.
    Concordo con tutto il resto che Lei ha scritto. Prevale purtroppo una visione del bilancio come mero adempimento o come strumento di ottimizzazione fiscale, specie tra le imprese più piccole. Ovvia la reazione del sistema bancario, caratterizzata da un eccesso di attenzione al dato andamentale, dalla sfiducia sistematica e, molto spesso, da un piccolo cabotaggio di continui incrementi dei costi fino alla reazione dell’interessato.
    Non conosco le realtà più grandi, ma per le piccole abbiamo una contrapposizione, anzichè una alleanza, tra banca e impresa. Al di là di tutte le belle parole. Con il che anche le banche fanno, nel lungo termine, il proprio male.

  47. Gianna scrive:

    Ho letto i Vostri commenti, io seguo le pmi aziende nella richiesta del credito. In questo periodo le banche si sono chiuse a riccio, il problema non sono le aziende, che cercano di sopravvivere, ma le banche e i loro baroni che chiusi nei loro schemi ormai obsoleti, non riescono ad adeguarsi alla realtà attuale.
    Loro in questo periodo ci hanno guadagnato.

  48. Ugo Ruffolo scrive:

    @Gianna.
    Veramente leggo che le banche hanno avuto un incremento delle sofferenze del 30%, non mi pare che ci stiano guadagnando. Credo, piuttosto, che ci sia in atto un riequilibrio dei portafogli crediti, ovvero che le banche diano alle aziende migliori togliendo dalle peggiori.

  49. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    In relatà le banche non hanno avuto un vero e proprio guadagno ma hanno cercato di limitare le perdite

  50. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Le perdite che subiscono le banche vengono cmq ribaltate sulle aziende. Prima della crisi i tassi applicati alle aziende che sefuo era l’euribor 1 mese + spread 1,50. Bene dopo la caduta dell’euribor cosa è successo? Il tasso pagato dalle aziende è >= a quello di prima. come mai

  51. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano Giuseppe Cautiero.
    Lo spread si è alzato a causa dell’aumentata rischiosità del mercato. Se le sofferenze aumentano del 30%, significa che il rischio di credito cresce e quindi aumentano anche gli spread.

  52. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    scusa ed il rating? le banche stanno ripianando le perdite ribaltandole sulle PMI… la crisi la stanno pagando le piccole aziende

  53. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano Giuseppe Cautiero
    Appunto: peggiora il rating, quindi si alzano gli spread (in realtà non è così elementare, probabilmente all’aumento degli spread concorrono anche altri fattori, tipo la diminuzione del margine da servizi). Non credo che gli spread siano aumentati solo per le piccole imprese, però.

  54. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    ma se sei mesi prima della crisi pagavo l’euribor + 1.50 come è possibile che durante la crisi la stessa azienda con gli stessi parametri paga lo stesso tasso …. non è una questione di peggioramento del rating e che le banche hanno iniziato a crerae diversi scaglioni … immagina che la MPS ne prevede ben quattro ed ognuono diviso in tre classi figurati …. questo per far si che le aziende che prima magari si trovavano nel primo scaglione adesso, restringendo i parametri, la stessa azienda si trova in uno scaglione diverso e quindi con rating peggiore e quindi paga un tasso maggiore ….

  55. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano Giuseppe Cautiero
    Non confondere l’effetto con la causa: MPS ha certamente creato queste griglie di costo sulla base del rating. Se il rating è peggiorato (ad esempio per il peggioramento delle aspettative sul settore economico, non necessariamente dell’azienda) è chiaro che si farà riferimento ad una fascia di prezzo più elevata.

  56. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    si ma analizziamo i fatti: prima della crisi euribor 1 mese +1.50 con euribor 5%….. adesso che stiamo con l’euribor, se non ricordo male ad 1% sto pagando sempre il 6,50%. Cio significa che sto pagando il 4,50% in piu rispetto al precedente a parità di spread …. c’è qualcosa che non torna allora penso che le banche stanno facendo di tutto per ribaltare le perdite …

  57. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano Giuseppe Cautiero
    L’euribor a 1 mese è stato intorno al 5% per pochi giorni verso ottobre 2008. Vuoi dire che la tua azienda oggi è valutata con lo stesso rischio di ottobre 2008? Impossibile: come minimo hai il bilancio 2008 che prima non avevi, i dati andamentali diversi, la valutazione del settore economico diversa. Tutti elementi che giustificano (assieme all’incremento del rischio di liquidità per le banche, e non solo) un incremento degli spread. Che poi lo spread sia eccessivo, lo puoi verificare confrontando le condizioni che ti fanno altre banche, no?
    Peraltro, è ovvio che le banche cerchino di recuperare margine di interesse, devono mettere su la pentola anche loro, mica sono enti di beneficenza :-)

  58. Francesco Merone scrive:

    Massimo, il tuo caso è emblematico e diffuso. Non riguarda le PMI ma tutte le imprese. E’ vero che la banca ha aumentato gli spread sia perchè sono oggettivamente peggiorate le condizioni dell’economia sia perchè sono peggiorati i parametri interni alle banche.

    Se noi diamo un’occhiata agli spread applicati dalle banche italiane prima dell’entrata dell’euro, cioè quando le banche italiane erano più chiuse al mercato italiano, gli spread erano mediamente più elevati di questi anni. Sono alcuni anni che si legge sui giornali del denaro a costo basso e della politica delle banche centrali di tassi bassi.

    La politica dei tassi bassi ha permesso uno sviluppo economico fortissimo ma anche fatto entrare nel mercato, aziende poco attrezzate e improvvisate. Tanto alla fine, tutti riuscivano a ricevere un fido e a condizioni non proibitive. A differenza di quanto accadeva pre-Euro. Negli Usa la situazione è stata ancora più “larga di maniche”.

    Con lo scoppio della crisi e il fallimento delle maggiori banche mondiali, perchè tutte le banche USA sono sostanzialmente fallite e poi alcuni big player europei, tedesche, svizzere, olandesi, cioè il fior fiore delle istituzioni finanziarie, allora le banche hanno subito una crisi di liquidità. Quindi il primo taglio dei fidi e incremento degli spread è stato necessario per la sopravvivenza.

    Adesso, che la sopravvivenza è quasi sicura, si assiste ad un nuovo spread alto proprio perchè le banche sono tornate a fare analisi del rischio per bene. Purtroppo è così, era illogico prima. Oggi le banche hanno liquidità, ma preferiscono depositarla allo 0,50% sul conto corrente della BCE piuttosto che prestarla ad imprese e famiglie che non abbiamo i parametri giusti.

    Si può discutere se sia giusto aiutare le banche in difficoltà e poi quando si è risolto il problema, considerarle privatisticamente, e questo è un fatto. Un altro fatto reale è però che adesso stanno tornando a valutare il rischio come avrebbero dovuto anche in precedenza.

    Questo vuol dire strozzare le aziende che operano ai limiti e quindi fare spazio sul mercato. Poi resteranno solo i più virtuosi, questo è il mercato. Quanto allo spread, basta vedere quanto costa un’obbligazione emessa dall’ENI, circa il 7,5-8% all’ENI per capire che purtroppo gli spread sono destinati a salire anche in futuro rispetto ad oggi.

  59. L'imprenditore scrive:

    Occhio perché bisogna stare attenti bene agli strumenti che si utilizzano.
    Facendo anticipi export (lo so che non per tutti è fattibile) e avendo un rating molto buono abbiamo una banca che ci applica lo spread 0,60% (l’altra applicherebbe lo 1,50% ma… sul nulla).

    Gli spread si sono alzati perché le banche hanno maggiori costi di raccolta, maggiore rischiosità e quindi cercano di tenere i margini.

    visto che si è parlato molto di Basilea2, comunicazione finanziari ecc mi permetto di segnalarvi alcune cose che ho scritto.
    http://limprenditore.blogspot.com/search?q=basilea

    Forse se la gente avesse cominciato a lavorarci prima della crisi oggi un po’ meglio starebbe, ma spesso si arriva all’ultimo momento.

  60. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Non sono enti di beneficenza ma nemmeno posso imporre le condizioni. Fare dei scaglioni e dividerli in classi non è proprio un operazione trasparente …. Adesso vedremo quando ci sarà la ripresa e le banche vogliono incvestire in cose reali ….. Sto già pensando a spostare tutto le operazione su banche di credito cooperativo ….

  61. Ugo Ruffolo scrive:

    @Imprenditore
    Dici bene, l’unico modo per contenere il più possibile gli oneri finanziari è il buon vecchio confronto sulle condizioni. I fattori che influenzano il prezzo per le banche sono tanti e molti nemmeno legati al rischio di credito (es. costo della raccolta, costi operativi). Oltretutto mica tante banche adottano spread risk adjusted, direi che lo fanno solo le grandi. Quindi la ricetta è quella di sempre, chiedere alle banche le condizioni sull’operazione.

  62. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano Giuseppe Cautiero
    Ripartire in scaglioni e classi: che c’è di strano? Le assicurazioni lo fanno da sempre :-)
    Sposta il lavoro su chi ti fa le condizioni migliori, e cerca di operare con banche adatte al tipo di operazione.

  63. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Il confronto tra banche è consuetudine mentre capire su quale banca indirizzare un certo tipo di operazione mi è piu difficile anche perchè molto dipende dalla loro esposizione nei confronti del settore in cui opera l’azienda richiedente …. che criteri utilizzi per scegliere le banche a cui affidare una operazione

  64. Ugo Ruffolo scrive:

    @Massimiliano Giuseppe Cautiero
    Bella domanda. Sostanzialmente uso il buon senso e la fiducia che mi ispirano le persone con cui mi relaziono. Il buon senso perché ci sono operazioni che ha senso fare con certe banche piuttosto che con altre (es. l’estero ti conviene farlo con una banca che ha una presenza diretta nella nazione dove vuoi esportare). La fiducia sulle persone però è determinante, perché nel bene e nel male le banche sono fatte di persone, e la proattività del singolo a volte può sopperire anche carenze organizzative strutturali.
    Sarebbe bello che ci fossero le opinioni sulle filiali bancarie, tipo Ciao.it.
    Anzi, lancio l’idea, chissà che qualcuno non la raccolga e la sviluppi!

  65. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Credo che il problema tra banca ed impresa possa essere risolto solo attraverso la diffusione di alcune figure professionali come il cash management - gestione della tesoreria - project manager - knowledge management - direzione d’azienda - controller.Credo che gli studi di commercialisti dovrebbero integrare queste figure oppure si devono diffondere studi che offrano solo ed esclusivamente questi servizi. Oggi ,almeno qui a Napoli, l’unica figura che si trova sul mercato è quella del mediatore creditizio che secondo me è la causa di molti problemmi aziendali. Come si fa ad andare in azienda e vendere uno strumento finanzairio senza conoscere il fabbisogno finanziario dell’azienda.

  66. Francesco Merone scrive:

    Massimo, tu hai perfettamente ragione, ma usi un linguaggio che evidenzia la tua cultura di impresa. Purtroppo l’impresa, soprattutto le PMI non hanno al loro interno una cultura di impresa diffusa. Conoscono perfettamente il prodotto e il mercato e ritengono (l’impresa e l’imprenditore in primis) che questi sia sufficiente. Salvo poi incappare in crisi finanziarie, crisi dei consumi, ecc…. e quindi licenziare personale, ridurre la produzione, chiudere. Spesso si gestisce l’impresa con l’ottica del mordi e fuggi e del prezzo più basso, va tutto bene in momenti di boom ma al primo colpo di vento si viene spazzati via.
    Che fare? Nel nostro piccolo dobbiamo parlarne in azienda, con i colleghi, amici e come stiamo facendo in questo blog per cercare di diffondere un modo di operare più orientato allo sviluppo e meno all’avventura.

  67. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Francesco, sto aprendo uno studio a Napoli che si occupa eclusivamente dei servizi sopra descritti perchè ho capito che all’imprenditore oltre alla consulenza bisogna far capire i fatti. Il mio obbiettivo è quello di lavorare part-time all’interno di alcune aziende e gestire la tesoreria. Voglio far toccare con mano all’imprenditore l’efficacia della gestione della tesoreria. Ormai qui sono tutti dell’idea che il commercialista sa fare tutto. Sto collaborando con alcune aziende e sto vedendo che gli imprenditori alla fine mi chiedono anche la formazione che la sto dedicando al sabato. Il mio obiettivo è arrivare a fare dei corsi di formazione di diversi livelli a piu imprenditori

  68. Paolo Tirabassi scrive:

    Segnalo a tutti che molti consulenti finanziari indipendenti offrono proprio questo servizio: un supporto continuativo alla piccola impresa per a) l’analisi finanziaria del bilancio; b) la gestione della tesoreria e non solo, anche una “direzione finanziaria in outsourcing”; c) di conseguenza il supporto nei rapporti col sistema bancario.
    Potete trovare un utile repertorio sul sito web dell’associazione Nafop (www.nafop.org). I singoli studi specificano o meno se operano o meno nel settore “corporate”.
    Anchi’io sto iniziando ad offrire questo servizio, che obiettivamente si scontra con una carenza di consapevolezza da parte dei piccoli imprenditori e con un’illusione di copertura da parte di commercialisti “tuttologi” più per default che per reale vocazione (ma c’è anche qualche commercialista che lo fa davvero e bene).

  69. Francesco Merone scrive:

    Massimo ti faccio un grosso in bocca al lupo, però potrebbe essere sempre utile collegarti agli studi dei commercialisti.
    Sono comunque materie complementari e per le aziende di più piccole dimensioni diventa difficile e oneroso chiedere questi servizi in maniera separata…Almeno inizialmente per avere una platea maggiore di clienti.

    Complimenti anche a Paolo, magari potreste fare una partnership nord/sud?

  70. massimo scrive:

    Crepi!!!! Credo ad una partnership nord/sud con Paolo che non conosco ma sicuramente un giorno ci incontreremo visto che siamo partiti per questa nuova avventura nello stesso mese …. Per l’ associazione Nafop nutro ancora qualche dubbio perchè all’interno delle banche il tuo peso in termmini di importanza dipende tantissimo dal numero di pratiche che porti. Quindi non vorrei trovarmi spiazzato nel momento in cui presentiamo qualche pratica in banca e non viene presa in considerazione perchè magari ci sono altre persone che spingono le proprie pratiche in maniera diversa. Pertanto credo che l’associazione dovrebbe sottoscrivere un accordo con l’ABI per consentire a noi di avere un certo canale preferenziale

  71. Paolo Tirabassi scrive:

    Ben lieto di approfondire il discorso direttamente.

  72. massimo scrive:

    Ciao Paolo come va? Le aziende con cui sto collaborando sono messe male. Anticipi a rientro, crif rovinate e segnalazione CAI. MPS e BCC sono elastiche ma Unicredit è tosta. Ho letto alcuni giorni fa un articolo del sole 24 ore di un accordo di Unicredit con ABI per favorire i rientri a cinque anni per le aziende in difficolta ma la banca mi ha “imposto” un contratto a 24 mesi con cambialone a garanzia euribor+4%. Allora mi chiedo questi accordi a cosa servono?

  73. Paolo Tirabassi scrive:

    Ciao Massimo.
    Nel mio piccolo non ho notato negli ultimi giorni segnali negativi particolari sul fronte del credito. Però il quadro rimane e credo sia quello di una disponibilità creditizia inferiore, determinata da alcuni fatti obbiettivi. Il primo è che le banche hanno meno soldi, a causa della crisi finanziaria e della conseguente svalutazione dei propri asset. Il secondo è che mediamente le aziende meritano meno credito, a causa della crisi economica. Il terzo è Basilea 2, di cui si può dire ogni male ma non che non risponda ad una logica: è ovvio che i requisiti di capitale delle banche devono essere ponderati per il rischio. Le banche più “moderne” ci stanno arrivando prima, speriamo che siano anche quelle che sanno riconoscere dove invece il credito non è da lesinare.
    Insomma, fare impresa oggi e domani sarà diverso. Occorre rendersene conto ed attrezzarsi, se si può. E se non si può, ristrutturare, aggregarsi, vendere, chiudere. Prima che sia troppo tardi.
    Collegati al mio sito web, ci troverai i miei estremi e potremo scambiarci le informazioni di nostro specifico interesse. Mi farebbe molto piacere tenere il contatto.

  74. Massimiliano Giuseppe Cautiero scrive:

    Ciao Paolo condivido pienamente la tua osservazione e credo che ora gli imprenditori, soprattutto al sud, devo iniziare a formarsi.

  75. massimo scrive:

    Salve,
    cosa ne pensate del corso in “gestione della tesoreria” della sda bocconi… Grazie
    http://www.sdabocconi.it/it/programmi_di_formazione/7530/

  76. massimo scrive:

    Ciao Paolo,
    come va? Sto analizzando un azienda che opera nel settore della distribuzione di prodotti surgelati. Vorrei chiederti un parere circa l’esposizione finale dei dati. Nell’azienda di mio fratello solitamente stampavo l’intera pianificazione a tre anni con l’individuazione dei flussi mensili. Questa procedura non mi sembra tanto adatta alla rappresentazione dell’azineda che sto analizzando in quanto scopre molte procedure che vengono utilizzate per il calcolo del cash ed in particolare mette in evidenza la struttura del cruscotto da me utilizzato. Pertanto stavo optando per la stampa del solo rigo che presenta i cash mensili. Cosa ne pensi? Che criteri utilizzi per quantificare il lavoro?
    Saluti
    Massimo

  77. Paolo Tirabassi scrive:

    Ciao Massimo,
    premesso che ti ringazio per la stima, mi riesce difficile darti un parere senza conoscere il contesto. Ossia che azienda è, a quale scopo presenti la pianificazione, ecc.
    In ogni caso credo che su questo blog dovremmo trattare questioni generali, che siano di interesse di tutti i professionisti, più che casi particolari.
    In linea generale a me sembra ovvio che la tecnica di esposizione dei dati deve dipendere dal contesto.
    Però se vuoi mandare all’indirizzo di posta elettronica del mio studio le informazioni, le vedo volentieri e ti dico personalmente cosa ne penso.

  78. massimo scrive:

    Ciao Paolo,
    condivido la tua opinione ma credo che la condivisione dei problemi porti sempre ad una soluzione ottimale, anche perchè alla fine stiamo sempre parlando di finanza.
    Ti ringrazio per la tua disponibilità

  79. Paolo scrive:

    Ciao Massimo,
    anche io sono impegnato nella consulenza finanziaria alla pmi. Seguo un’azienda con fatturato di 5 milioni di euro nella gestione della tesoreria e delle banche. Trovo tutte le difficoltà da voi indicate e sarei veramente interessato ad interagire in modo costruttivo con colleghi che svolgono la stessa attività al fine di un accrescimento professionale di tutti noi.

  80. Massimo scrive:

    Ciao Paolo,
    sono felice di condividere le mie esperienze con tutti coloro che svolgono la mia stessa professione. Sono convinto che il confronto aiuti le persone ad evolversi.
    Saluti

  81. Paolo scrive:

    Ciao Massimo,
    mi potresti dare delle indicazioni sul programma zucchetti per la gestione della tesoreria? Se esiste una demo o qualcosa di simile. Io utilizzo dei file excel collegati tra loro. Avrei piacere a poterti contattare direttamente.
    Saluti

  82. Massimo scrive:

    Ciao Paolo,
    il programma zucchetti è ottimo sia per la contabilità generale sia per quella industriale. Inoltre trovo molto interessante il modulo della gestione della tesoreria e della pianificazione. Il programma volendo può interargire con DocFinance.
    Per la demo puoi andare presso un centro Zucchetti.
    Per le aziende edili trovo molto interessante il software della STR (Gruppo Sole24ore).
    Ti segnalo negativamente, a mio parere, il programma Omega perchè non ha il modulo della tesoreria e della pianificazione.
    Ti posso contattare io sui numeri che trovo sul tuo sito?
    Saluti
    Massimo

  83. Paolo scrive:

    Ciao Massimo,
    aspetto un tuo contatto diretto

    Buon lavoro Paolo

  84. banche calcolomutuo scrive:

    sicuramente porta indubbi vantaggi.

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